Ciccio ricorda: “Non passai il provino con Roma, Lazio e Juve”

Ciccio Graziani ha rilasciato una lunga intervista al Corriere della Sera. Di solito siamo abituati a sentir parlare Ciccio del calcio d’attualità, ma in quest’occasione l’ex attaccante si è aperto per parlare anche della sua carriera e del pallone di una volta. Partendo proprio dagli inizi: “Zio Donato era il portiere del monastero di Santa Scolastica, la domenica pomeriggio si giocava nel campetto contro i seminaristi che, oh, tiravano certi calci. Un giorno lo zio prese da parte mia madre: ‘Ma Francesco secondo te ha la vocazione? Sta sempre qua’. Quando mai. Ci andavo perché si mangiava benissimo, specie l’agnello al forno era una favola”. A 12 anni Ciccio era un provetto imbianchino: “D’estate, con mio fratello, scartavetravo le persiane o i cancelli e poi ci davo due passate di vernice. Ho imbiancato pure i muri dell’autoscuola del padre di Gina Lollobrigida”.

Quando si trattò di entrare nel mondo del calcio, comunque, non mancarono le difficoltà. “Non passai il provino con Roma, Lazio e Juve, ero così secco che mi facevi la radiografia con un accendino. Mi presero al Bettini Quadraro, zona Cinecittà, e dopo all’Arezzo. Nel frattempo ero cresciuto, forte e robusto. Ma papà non ha mai visto una mia partita, nessuna, nemmeno in Nazionale, gli veniva l’agitazione. Però quando segnavo pagava da bere agli amici dell’osteria. (…) Com’è fare gol? Una felicità enorme, un’emozione meravigliosa che ti scoppia nel cuore. Dura poco, sette, dieci secondi, ma sono i più belli della tua vita. Non basta essere bravi, ci vuole impegno e sacrificio. Prendiamo Vincenzo D’Amico. Con Gianni Rivera è stato forse il più bravo che abbia mai visto, doti eccezionali. ‘Se ti impegnassi di più, potresti diventare fantastico’, gli ripetevo. Invece appena sentiva la fatica si fermava”.

Francesco Ciccio Graziani al pianoforte - cicciograziani.com
Ciccio Graziani

“Quando andavano di moda, avevo i capelli lunghi e li curavo molto. Ero un bel ragazzetto, eh. Ci tenevo al look, la domenica vestirsi era un rito. (…) Tatuaggi? Mai piaciuti, le emozioni belle le porti dentro di te, non serve scriverle sulla pelle. Orecchini? Mai. Mica perché li portava Maradona dovevamo imitarlo tutti per forza”. Non è mancato un ricordo di Paolo Rossi. “Paolo era gentile, solare, sempre con il sorriso. Dopo l’Argentina lo vidi triste, solitario, a bordo piscina. ‘Che ti prende?’. ‘Non sto giocando bene, ho paura che il mister contro il Brasile mi lasci in panchina’. ‘Stai tranquillo, vedrai che giochi’. Giocò e segnò tre gol. Dopo, negli spogliatoi, mi abbracciò in silenzio e io quell’abbraccio non lo dimenticherò mai”.

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